Se mi hai trovato cercando “copywriter freelance Milano” su Google o simili, insomma, vuol dire che cominciamo già con il piede giusto. Ora, visto che sarai piuttosto impegnato e che non voglio farti perdere tempo, andrò dritto al punto e ti spiegherò chi sono, come lavoro e in che modo posso aiutare te e la tua attività.

Chi sono

Mi chiamo Marco Agustoni e lavoro come giornalista e copywriter freelance a Milano. Sono impegnato nell’ambito della scrittura professionale da oltre 15 anni, con esperienze nei media, nell’editoria e nel web marketing.

Ho lavorato per oltre 10 anni come giornalista nella sezione Spettacoli del sito di Sky Italia e come copy per il gruppo Viacom/Paramount (quello di MTV, per intenderci), per il quale ho scritto o tradotto i copy di promo televisivi.

Attualmente collaboro come copywriter con varie agenzie web, tra cui Nexal Studio e Monkey Theatre Studio, e sono il Content Manager del magazine del marchio di pasticceria di lusso Enrico Rizzi Milano.

Come copywriter freelance con base a Milano ho aiutato numerose piccole e medie imprese a migliorare il modo in cui si comunicavano ai potenziali clienti e a farsi trovare più facilmente sui motori di ricerca. E non vedo l’ora di cominciare a dare una mano anche alla tua, di attività.

copywriter seo milano

Come lavoro

Nel Marketing e nella SEO ricevi per lo più proposte standardizzate, con pacchetti preconfezionati che vengono proposti indistintamente a tutti i clienti. Personalmente non amo questo modo di lavorare e sono convinto che non possa portare a risultati soddisfacenti.

Preferisco, piuttosto, pensare a un progetto personalizzato per ogni singolo cliente, anche se questo mi costa del lavoro in più, perché ogni attività è una realta a sé stante, con caratteristiche, obiettivi, punti di forza e anche debolezze specifici.

Copywriter Milano: i miei servizi

Ecco alcuni dei servizi che offro come giornalista copywriter freelance a Milano:

copywriter milano

Adesso non devi fare altro che raccontarmi brevemente chi sei e di cosa hai bisogno. Dopodiché elaborerò nel più breve tempo possibile una proposta pensata su misura per te. E se deciderai che sì, hai trovato il copywriter freelance a Milano che fa per te, mi metterò subito al lavoro per concretizzare i tuoi obiettivi.

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    COS’È IL CONTENT MARKETING, SPIEGATO FACILE

    Cos’è il Content Marketing, di cui tanto si sente parlare negli ultimi tempi, fino ad arrivare ad affermazioni un po’ pompose come “Content is King”, ovvero “il contenuto è il re”, per dire che questo è il cuore stesso della strategia di comunicazione di un’azienda?

    La risposta, ti rassicuro subito, non è poi così complicata. Per farla breve, il Content Marketing consiste nella creazione di contenuti gratuiti, che risultino utili o divertenti per il tuo pubblico, in modo da instaurare un rapporto di lungo periodo con esso (e nel tempo spingerlo ad acquistare i tuoi beni o servizi).

    Questi contenuti, di cui più avanti ti darò qualche esempio, possono essere di vario genere (testi, immagini, video, podcast, siti internet…) e devono essere in qualche modo attinenti al tuo prodotto. Ma non per questo devono parlare di esso in maniera esplicita.

    content marketing cos'è

    Al centro del Content Marketing non ci sono infatti i tuoi prodotti: ci sono i tuoi clienti. I contenuti che proponi (puoi vederli come una sorta di “regalo”) devono assolutamente fornire al tuo pubblico un valore aggiunto, che si tratti di conoscenza, intrattenimento o aiuto.

    Non si tratta, però, di un semplice modo di “distrarli per infilare la mano nel loro portafogli”: il Content Marketing mira piuttosto alla costruzione di un rapporto di fiducia con il tuo target di riferimento.

    Il Content Marketing consiste nella creazione di contenuti che risultino utili o divertenti per il tuo pubblico, in modo da instaurare un rapporto con esso

    I modi in cui il Content Marketing può esserti utile, se sei un professionista o se hai un’attività o un’azienda, sono tanti, e alcuni li analizzeremo a breve. Prima è però importante precisare che, per la sua stessa natura, non si tratta di una strategia di marketing “mordi e fuggi”, incentrata sul breve termine.

    Si tratta, come ti dicevo poco fa, di costruire una relazione di lungo periodo, insomma di fidelizzare il pubblico. Questo significa che magari nell’immediato i risultati non si vedranno. Ma nel tempo saranno decisamente maggiori rispetto a quelli portati da tentativi di vendita occasionali a clienti destinati a scomparire.

    Insomma, per fare Content Marketing ci vuole pazienza, ma ne vale la pena. Il perché te lo spiego di seguito.

    A COSA SERVE IL CONTENT MARKETING

    Già da quanto detto finora per spiegarti cos’è il Content Marketing, dovresti aver capito in parte a cosa serve. Di seguito un elenco un po’ più esaustivo delle sue principali funzioni.

    FIDELIZZARE IL PUBBLICO

    Come già affermato sopra, il Content Marketing serve innanzitutto a instaurare un legame duraturo e di fiducia con i tuoi clienti, che felici di trovare qualcosa di utile nei tuoi contenuti assoceranno questi sentimenti positivi al tuo brand o alla tua attività.

    CREARE IL TUO IMMAGINARIO DI BRAND

    La creazione di contenuti è fondamentale nella costruzione della tua Brand Identity e del tuo universo narrativo. Se riesci a far innamorare il pubblico della tua storia e di ciò che rappresenti, invece che semplicemente dei tuoi prodotti, ti sarai guadagnato il loro amore incondizionato.

    content marketing

    DIMOSTRARE ESPERIENZA

    Il Content Marketing è utilissimo per far vedere ai tuoi potenziali clienti che te ne intendi di un argomento, grazie ad articoli di approfondimento, guide e consigli che ti permettono di fornire loro qualcosa di utile e al tempo stesso fare sfoggio delle tue competenze (attento però a non pavoneggiarti troppo!).

    MOSTRARE L’UTILITÀ DEL TUO PRODOTTO

    I contenuti ti danno anche la possibilità di far vedere in pratica, con esempi concreti, in che modo quello che vendi può essere usato. Questo è particolarmente utile per prodotti il cui utilizzo non è così immediato o i cui vantaggi non sono così evidenti.

    AUMENTARE LE VENDITE NEL LUNGO PERIODO

    Far innamorare il tuo pubblico, più in concreto, significa trovare dei clienti affezionati che ti seguiranno nel tempo ed esprimeranno il loro gradimento anche in maniera molto concreta, ovvero acquistando i tuoi prodotti o servizi.

    ESEMPI DI CONTENT MARKETING

    Si potrebbero fare migliaia di esempi di Content Marketing. Di seguito te ne riporto solo alcuni facili da cogliere, giusto per darti un’idea senza annoiarti.

    Produci un ingrediente il cui utilizzo in cucina non è ancora consolidato? Allora potresti proporre delle ricette, sia per iscritto che in video, di piatti che includano l’ingrediente in questione, mostrando come questo possa essere usato.

    Sei un agente immobiliare? Un’idea per trovare nuovi clienti potrebbe consistere nel creare una guida in pdf, magari scritta anche in maniera spiritosa, con consigli per chi cerca casa, da scaricare gratuitamente in cambio dei dati per contattarlo.

    Il Content Marketing mira a costruire una relazione di lungo periodo, insomma a fidelizzare i potenziali clienti

    Sei un produttore di formaggi biologici? Per raccontare i tuoi prodotti e far comprendere ai potenziali clienti che i tuoi sono prodotti premium, per i quali vale la pena spendere qualche euro in più della media, potresti svelare i backstage di produzione in un blog intitolato I diari della caciotta.

    Sei un produttore di accessori sportivi per l’alta montagna? Puoi pensare di consolidare il tuo immaginario fra gli appassionati, creando un sito dedicato alla passione per i monti, con tanto di foto, video, guide e articoli dedicati all’argomento.

    O ancora, sei un consulente finanziario freelance? Perché non creare un podcast in cui in episodi molto sintetici racconti l’evolversi dei mercati e dimostri quanto sei competente sull’argomento?

    content marketing a cosa serve

    CONTENT MARKETING: COME POSSO AIUTARTI

    Insomma, avrai capito che il Content Marketing lo si può fare in tanti modi (a patto di farlo per bene) e per tanti buoni motivi.

    Di mio, sono specializzato nella produzione di contenuti scritti, ma sono inserito in una rete di professionisti (sviluppatori, videomaker, fotografi, editor…) che mi consente di spaziare, a seconda di quali siano le tue necessità.

    Non vedo l’ora di ascoltare la tua storia e sono pronti a raccontarla assieme a te nel modo migliore: se vuoi scoprire in che modo posso aiutarti, non esitare a contattarmi!

    Marco Agustoni copywriter freelance Milano

    Conquista il tuo pubblico

    Crea i contenuti per far innamorare i tuoi clienti

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    Il tuo sito è nelle prime pagine dei risultati di ricerca su Google e i visitatori stanno affluendo come petrolio da una trivella al tuo sito? Eccezionale! Sì, certo… sempre che tu sappia cosa fartene di tutto questo traffico.

    Se sei arrivato a questo punto, è perché probabilmente hai congegnato (o qualcuno lo ha fatto per te) una buona strategia SEO per portare i tuoi contenuti ai primi posti sui motori di ricerca. Ed è fantastico, davvero. Ma questo non significa che si tratti di un risultato utile.

    Tranquillo, non voglio farti venire dei dubbi esistenziali. I visitatori sono preziosi e la SEO è uno strumento utilissimo. Ma non rappresenta altro che un ingranaggio nel più complesso strumento del web marketing. O, per metterla in altri termini, che un passo nel processo di “conversione” dei visitatori stessi.

    La SEO è uno strumento utilissimo, ma non rappresenta altro che un ingranaggio nel più complesso strumento del web marketing

    Visitatori utili

    Partiamo da un primo distinguo: i visitatori possono essere “utili”, ma non tutti i visitatori lo sono per forza. Se per esempio ti occupi di abbigliamento sportivo, difficilmente avrai bisogno di qualcuno che è arrivato sul tuo sito perché è in cerca di assistenza legale in seguito a un sinistro.

    Certo, è un esempio estremo, ma ci siamo capiti, no? Non hai bisogno che sul tuo sito arrivi più gente possibile (sempre che il tuo obiettivo non consista proprio nell’ottenere più click possibili… ma quello è un caso un po’ particolare), ma che arrivi la gente giusta. Ovvero i tuoi potenziali clienti.

    Se gli utenti che arrivano al tuo sito non rientrano in questa categoria, beh, potremmo trovarci di fronte a un classico caso di “mal di SEO”. Non ne hai mai sentito parlare? In questo articolo ti spiego di cosa si tratta!

    Quindi, prima di decidere che cosa fare dei tuoi visitatori, cerca innanzitutto di capire se si tratti delle persone giuste. Una volta archiviato questo dubbio, puoi passare allo step successivo.

    Alla ricerca di “fedeli”: converti i tuoi visitatori

    Il fatto che delle persone visitino il tuo sito non significa per forza che facciano quello che ti serve. Ovvero acquistino i tuoi prodotti e servizi, richiedano una consulenza, si iscrivano alla tua newsletter… o qualsiasi altro sia il tuo obiettivo.

    Ho già utilizzato la stessa metafora altrove… con la SEO puoi convincere delle persone a entrare nel tuo negozio e visitarlo, ma non per questo è scontato che comprino qualcosa.

    Devi, insomma, convincere i visitatori a “comprare la tua merce” (anche se, come hai potuto vedere dagli esempi riportati sopra, non è detto che il tuo obiettivo sia effettivamente vendergli qualcosa… almeno per il momento).

    Hai bisogno, per farla breve, di “convertire” i tuoi visitatori e trasformarli prima in potenziali clienti e poi in clienti effettivi. Quello che ti serve, insomma, è un percorso di conversione.

    Non hai bisogno che sul tuo sito arrivi più gente possibile, ma che arrivi la gente giusta, ovvero i tuoi potenziali clienti

    Come si struttura un percorso di conversione

    Strutturare un percorso di conversione efficace è complicato e richiede una certa esperienza e progettualità. Ci sono, però, alcuni consigli di base che valgono bene o male in tutte le situazioni.

    Tratta ogni singola pagina come una landing page

    Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio” a cui approda un visitatore, ad esempio dopo aver cliccato sul tuo link dalla pagina dei risultati su Google o su una tua campagna pubblicitaria sui social.

    Una landing page deve essere strutturata in modo da consentire ai tuoi clienti di ottenere quello che vogliono e, di converso, di ottenere quello che tu vuoi da loro. Nei prossimi punti vedremo quali sono le caratteristiche essenziali di una pagina di questo tipo.

    Al di là delle landing page effettive, è però importante che ogni pagina del tuo sito sia pensata per funzionare in qualche modo come una landing page. Insomma, ovunque si trovi il tuo visitatore, deve avere la possibilità di entrare in contatto con te o richiedere i tuoi prodotti e servizi nel giro di uno o di pochi clic.

    Fornisci al tuo cliente qualcosa di utile

    I visitatori del tuo sito ti fanno visita non per semplice simpatia, ma perché sono in cerca di qualcosa: un’informazione, un prodotto, un servizio o magari anche puro e semplice intrattenimento.

    Di qualsiasi cosa si tratti, è questo che devi dare ai tuoi potenziali clienti: qualcosa di utile.

    Potrebbe trattarsi di un buono sconto, della soluzione a un problema o ancora di una storia interessante (a tal proposito, potrebbe tornarti utile familiarizzare con il concetto di Content Marketing). L’importante è che il visitatore risulti in qualche modo “arricchito” dalla visita al tuo sito e sia in questo modo ben disposto nei tuoi confronti.

    I visitatori del tuo sito non arrivano da te per semplice simpatia, ma perché sono in cerca di qualcosa: è questo qualcosa che devi fornirgli

    Struttura le informazioni in modo chiaro

    Poche informazioni, chiare e concise. Insomma, cerca di andare dritto al punto, perché l’utente non deve risultare confuso dalla visita al tuo sito.

    Ad esempio, se l’utente sta ricercando delle informazioni specifiche su di un argomento, sarà deleterio partire spiegandogli chi sei. Concedigli prima il tempo di ottenere quello che vuole. Dopodiché, se sarà soddisfatto di quanto appreso, sarà lui a cercare informazioni sul tuo conto di sua spontanea volontà.

    Devi fornire ai visitatori qualcosa di utile o interessante, affinché escano “arricchiti” dal tuo sito

    Non far perdere tempo ai tuoi visitatori

    Le persone hanno poco tempo, per i più disparati motivi. E il grosso degli utenti naviga da dispositivi mobile, spesso in situazioni poco agevoli o in brevi pause fra una faccenda e l’altra.

    Per questo motivo, è essenziale non fargli perdere tempo e concedergli di ottenere ciò che vogliono nel numero minore di passaggi possibili. Insomma, pochi clic, pochi passaggi, se necessari pochissimi form e campi da compilare. Altrimenti, in breve si scocceranno e si rivolgeranno altrove.

    Studia una call to action appropriata

    Una call to action è un brevissimo testo, spesso associato a una grafica o a un’immagine, in cui inviti i tuoi utenti a compiere una determinata azione. Si tratta di uno dei tanti microcopy di un sito: ne parlo più a fondo qui. Stiamo parlando, per intenderci, dei classici “compra ora”, “scarica”, “iscriviti alla newsletter”.

    Questi microcopy devono essere innanzitutto brevi e immediatamente comprensibili. Quindi, spesso conviene mantenersi “terra-terra” e risultare il più chiari possibile, a prova di fraintendimenti.

    Questo però non significa che una call to action non possa essere anche creativa e personalizzata. Anzi: una CTA originale, se comprensibile, ha molte più probabilità di attirare l’attenzione.

    Studia una call to action appropriata alla tua singola landing page, in modo da indicare con chiarezza quale sia l’azione che i tuoi visitatori dovrebbero compiere per ottenere ciò che gli serve.

    Dopo la SEO: ecco i tuoi clienti!

    Se sei riuscito a strutturare un percorso di conversione come si deve, riuscirai a raccogliere i frutti del tuo lavoro di SEO. Insomma, non ti rimarrà altro da fare che prenderti cura dei tuoi clienti.

    Se hai bisogno di qualcuno che si occupi del posizionamento del tuo sito sui motori di ricerca e della strutturazione di adeguati percorsi di conversione per trasformare i visitatori in clienti, puoi rivolgerti a me.

    Assieme ai miei partner, professionisti nel digitale specializzati in sviluppo, marketing e design, posso aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi.

    consulenza

    Trasforma i visitatori in clienti

    Richiedi una consulenza

    Microcopy, ne hai già sentito parlare? Visto il “micro” nel termine, potrebbe venire da pensare che si tratti di qualcosa di trascurabile, ma ti possiamo assicurare che, nell’ottica di un sito web di un’attività, non è così. Ecco perché.

    Quando si parla di creatività di un sito web, spesso si pensa che riguardi solo i testi veri e propri delle pagine, come ad esempio la presentazione in home page, l’illustrazione dei servizi e delle diverse categorie, gli articoli del blog oppure la tradizionale pagina del “chi siamo”.

    Tutti questi testi, ovviamente, vanno curati in maniera adeguata e scritti in modo da concorrere alla creazione di una brand identity coerente e accattivante. Ma rappresentano solo una parte del lavoro di copy, che va invece a interessare anche i tanti frammenti di testo sparsi per il sito, visti di solito in chiave puramente funzionale, piuttosto che creativa.

    Trascurare però quelli che in gergo vengono definiti microcopy equivale a rinunciare a un prezioso elemento nella presentazione al pubblico di un marchio o di un’attività. Per fare un esempio, è come se su una giacca di alta sartoria venissero cuciti dei bottoni di bassa lega, con il risultato di svilire l’abito.

    microcreatività

    Cosa sono i microcopy?

    Prima di procedere, risulta utile spiegare in breve che cosa sono i microcopy. Con questo termine si indicano tutti quei messaggi e brevi testi di natura funzionale, utili a stabilire un contatto o a permettere all’utente di compiere determinate azioni.

    Per fare qualche esempio, sono dei microcopy i testi di un modulo di iscrizione a una newsletter, o ancora le call to action, ovvero le “chiamate all’azione”, contenute in un button da cliccare per effettuare un acquisto o richiedere informazioni (“Compra ora”, “Registrati”, “Chiedi una consulenza”).

    I microcopy sono tanti e sono sparsi ovunque in un sito web. Anche un indirizzo mail, nel suo piccolo (per l’appunto… non a caso stiamo parlando di microcopy!) rientra nella categoria e può essere sfruttato per comunicare un certo messaggio o per consolidare il tono di voce di un brand.

    Ma non finisce qui: i microcopy sono anche “fuori” dal tuo sito. Rientrano infatti nella categoria anche i metadati di una pagina, ovvero il titolo e la breve descrizione che compariranno sui motori di ricerca come Google quando un utente digita una chiave di ricerca collegata alla tua attività. Anche questi (oltre a essere importanti ai fini della SEO) devono essere curati e invogliare al clic.

    Trascurare i Microcopy equivale a confezionare una giacca di alta sartoria per poi cucirvi dei bottoni di bassa lega, con il risultato di svilire l’abito.

    Microcreatività: come applicarla

    Il modo migliore per sfruttare la microcreatività consiste nel non dare niente per scontato. Non tutti i testi puramente funzionali devono essere uguali, anche se (anzi, soprattutto se) i tuoi concorrenti adottano tutti quanti le stesse identiche formule.

    Un esempio tratto proprio da questo sito. Per la casella mail di contatto generale, in principio avevo pensato a un classico (che per carità, ha il merito di essere immediatamente comprensibile, il che non va mai trascurato) info@marcoagustoni.it. Chiaro, conciso, a prova di fraintendimenti.

    microcopy
    Ancora prima che creativo, un microcopy deve essere conciso e diretto.

    Poi però questa scelta mi è apparsa un po’ asettica, più adeguata magari al sito di una banca o di una compagnia assicurativa. Per cui ho pensato a un’alternativa che fosse altrettanto semplice e concisa, ma con un pizzico di umanità in più.

    La scelta finale è caduta su un più amichevole ciao@marcoagustoni.it. “Ciao” ha lo stesso numero di caratteri di “info”, è chiaramente riferito a una possibilità di contatto, ma trasmette tutto un altro calore e, almeno lo spero, fa sentire i benvenuti.

    Ovviamente è una scelta che può piacere o non piacere, ma questo esempio serve per farti capire che anche un dettaglio all’apparenza trascurabile come un indirizzo mail può diventare uno strumento creativo.

    Non dare nulla per scontato

    Come fare ad applicare la stessa logica ad altri microcopy del sito? Come detto, innanzitutto non bisogna dare niente per scontato, comprendendo che ogni brandello di testo può essere personalizzato.

    Essere pertinenti

    Il secondo punto fondamentale consiste nella pertinenza: nel pensare a un microcopy, dobbiamo pensare a qual è l’immagine dell’azienda e quali sono i suoi valori. Queste microcreatività devono quindi essere in linea con la brand image e non cozzare con essa.

    Pensare alla funzionalità

    In questo senso, l’esempio sopra riportato può andare bene per il nostro sito, ma potrebbe non adattarsi a un’altra realtà che vuole presentarsi come più “seriosa” e formale. Tutto ciò ci conduce al terzo punto: la creatività, macro o micro che sia, non è un obbligo. Insomma, deve essere funzionale ai tuoi obiettivi. Se non lo è, meglio lasciar perdere piuttosto di rischiare dei pasticci.

    I microcopy devono essere creativi (se possibile), pertinenti e funzionali ai tuoi scopi.

    Microcopy: a cosa servono

    Ma a che cosa serve premurarsi di personalizzare questi microcopy e altri minimi testi di cui stiamo parlando? Ecco alcuni dei vantaggi che puoi ottenere grazie alla microcreatività…

    copywriter freelance Milano

    Rendi il tuo sito speciale nei minimi dettagli

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    Molto bene, hai pianificato una SEO Strategy accurata per portare il tuo sito ai primi posti su Google (o più probabilmente qualcuno lo ha fatto al posto tuo) e hai ottenuto quello che speravi: le tue pagine appaiono fra i primi risultati nei motori di ricerca. Eppure.

    Eppure i risultati “veri” non ci sono. Perché nonostante tu sia lì, ai primi posti “in classifica”, i visitatori al tuo sito non ci vengono lo stesso. Oppure arrivano, ma poi non fanno quello che vuoi tu (che si tratti di iscriversi alla tua newsletter o di comprare i tuoi prodotti)… insomma, per dirla in gergo, non riesci a “convertirli”.

    Che cosa può essere andato storto?

    Tante cose, perché la SEO, ovvero l’ottimizzazione dei tuoi contenuti per portarli ai primi posti sui motori di ricerca, è solo una parte di un processo più lungo.

    Ma non ti scoraggiare: a ogni problema c’è una soluzione. Vediamo di seguito quale potrebbe essere la causa dei tuoi mal di testa.

    PRIMO SU GOOGLE, MA I VISITATORI NON ARRIVANO

    Partiamo dal primo scenario: sei riuscito a posizionarti bene per le chiavi di ricerca che ti eri prefisso di “colonizzare”, ma comunque non arrivano visitatori. Perché?

    Hai scelto keysearch con poca ricerca

    Il primo motivo potrebbe essere, molto semplicemente, che per le keysearch, ovvero le chiavi di ricerca che hai scelto, c’è troppo poco traffico. Insomma, nessuno cerca sul web gli argomenti per cui ti sei posizionato.

    Intendiamoci: se una keysearch ha una media di ricerche mensili bassa, non è per forza di cose un male. Non sempre è consigliabile “prendere di mira” keyword ad alto traffico, per due semplici motivi.

    Il primo è che le chiavi di ricerca ad alto traffico sono quasi sempre anche ad alta concorrenza. Il secondo è che non è detto che siano mirate e facciano al caso tuo.

    Il primo motivo del “mal di SEO”? Molto semplicemente, nessuno è interessato alle chiavi di ricerca che hai scelto

    Facciamo un esempio concreto. Se hai una bottega di toelettatura per cani a Polignano a Mare, anche se ogni mese solo 10 utenti cercano su Google “toelettatura per cani a Polignano a Mare”, questa per te è comunque una keysearch utile, perché queste persone hanno esattamente bisogno di te e dei tuoi servizi.

    In aggiunta, andare a raccogliere tante keysearch “di nicchia”, ovvero a basso volume di ricerche, ma anche con un tasso di concorrenza contenuto, può comunque aiutarti a racimolare un buon traffico.

    Però, se le keysearch che hai scelto hanno un traffico davvero irrilevante o addirittura nullo, allora sì che è un problema. E potrebbe essere il tuo problema.

    Come fare per ovviare a questo inconveniente? La prima cosa da fare è verificare i volumi di ricerca per le keysearch che ti vedono ai primi posti su Google. Ci sono vari strumenti gratuiti per farlo, come ad esempio lo strumento apposito di Google Ads, oppure i piani di base di servizi come SemRush.

    Al pari d un’insegna arrugginita, anche un titolo e un sommario poco curati possono scoraggiare i potenziali clienti (immagine da Unsplash di Tina Hand)

    Titolo e sommario scoraggiano gli utenti

    Se per caso il problema non fosse questo, perché hai verificato che il volume medio delle tue keysearch è buono, allora la faccenda potrebbe essere un po’ più complicata.

    In questo caso, è probabile che pur trovando il tuo sito o la tua pagina ai primi posti fra i risultati di ricerca, gli utenti non siano incoraggiati a cliccare proprio sul tuo link.

    Come mai? Magari il titolo e il breve testo d’anteprima che compaiono su Google non sono abbastanza incoraggianti, o magari sono addirittura fuorvianti. Questo ad esempio accade spesso quando il “sommario” riprende in automatico le prime righe del testo contenuto nella pagina e non è scritto in maniera ragionata.

    In questo caso puoi rimediare modificando questi brevi testi (tenendo conto che questo potrebbe però anche influire sul tuo posizionamento). Per farlo, devi entrare nel CMS che usi per gestire i tuoi contenuti – ad esempio WordPress, il più utilizzato – e modificare i campi “meta title” e “meta description”. Non hai idea di cosa stiamo parlando? Allora rivolgiti a chi si prende cura del tuo sito o dei tuoi testi.

    I visitatori arrivano… ma se ne vanno

    Passiamo ora al secondo scenario. I visitatori dai motori di ricerca ci arrivano, sul tuo sito. Solo che si fermano per poco tempo, vanno via subito oppure si “perdono” per il sito, senza però compiere l’azione da te desiderata. Ecco un paio di possibili motivi.

    Se la tua attività consiste in un delivery di panzerotti, non ti servirà a molto posizionarti su Google con la keysearch “proprietà curative della betulla”

    Le keysearch non sono pertinenti

    Le chiavi di ricerca con cui i visitatori arrivano al tuo sito potrebbero essere poco pertinenti rispetto ai prodotti o servizi che offri o al contenuto effettivo del tuo sito.

    Se la tua attività consiste in un delivery di panzerotti (nel qual caso, siamo curiosi di testare i tuoi prodotti), non ti servirà a molto posizionarti su Google con la ricerca “proprietà curative della betulla”, perché chi arriva sul sito si aspetta di trovare informazioni su quello che ha cercato e su argomenti simili, ma difficilmente sarà interessato ai tuoi panzerotti.

    La soluzione? Elimina le pagine “inutili” del tuo sito, oppure inventati un modo davvero creativo di farle tornare a tuo vantaggio. Dopodiché concentrati sulla “ciccia” del tuo mestiere, per convogliare non traffico in generale, ma traffico utile alla tua attività.

    Non hai strutturato un percorso di conversione

    Se neanche questo è il tuo caso, allora il problema potrebbe essere più complesso. Quello che ti manca, infatti, è un percorso di conversione ben strutturato.

    In questo caso, “convertire” significa trasformare un visitatore occasionale in un cliente (o potenziale cliente), facendogli compiere una determinata azione. Come si diceva sopra: un acquisto, una richiesta di consulenza, una sottoscrizione, il download di un contenuto gratuito…

    Per farlo, devi considerare la SEO per quello che è: un semplice punto di ingresso nella tua “bottega” virtuale, ovvero il tuo sito web. Il solo fatto che qualcuno sia entrato, non significa che se ne uscirà con le borse della spesa.

    Devi quindi concepire ogni pagina del tuo sito – ovvero ogni punto di ingresso della tua bottega – come una “landing page”, ovvero una pagina di atterraggio a sé stante, attraverso la quale il potenziale cliente deve essere in grado di compiere l’azione desiderata in pochi passaggi (o pochi clic, se preferisci).

    La SEO è una semplice porta di ingresso alla tua “bottega” virtuale: il solo fatto che qualcuno sia entrato, non significa che se ne uscirà con le borse della spesa

    Quando un visitatore arriva da te, se ne ha bisogno riesce a mettersi in contatto con te in maniera facile e senza perdersi per le pagine del tuo sito? Se vuole acquistare un prodotto, può farlo in pochi minuti, oppure deve perdere un’ora impazzendo perché è costretto a inserire gli stessi dati più e più volte?

    Sono tutte domande che dovresti farti quando progetti un sito, o meglio quando qualcuno lo progetta per te. E che dovresti porti al momento di definire la tua strategia SEO.

    LA SOLUZIONE: CHIEDI AIUTO!

    Il “mal di SEO” non ti è ancora passato? Non preoccuparti, la soluzione è semplice: invece di optare per il fai da te, rivolgiti a un professionista, che saprà indirizzarti verso la soluzione migliore.

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    Negli ultimi anni i chatbot, gli interlocutori virtuali diventati indispensabili nel customer care, si sono evoluti nettamente, diventando sempre più efficaci nel compito di fornire informazioni e supporto ai clienti. Ma a questo exploit da un punto di vista funzionale è possibile far corrispondere anche un’evoluzione “emotiva”? Insomma, è possibile ipotizzare dei chatbot “scritti con il cuore”?

    Ne ho parlato con Andrea Fattori, co-fondatore di Gruppo Orange, web agency specializzata nella realizzazione di chatbot, e di Link&Lead, startup (di cui ho già raccontato qui) che mira a trasformare i dipendenti in brand ambassador tramite la gamification.

    Partiamo dalle basi: quali sono gli usi più comuni dei chatbot?
    L’uso più comune è per i servizi di assistenza alla clientela. I chatbot funzionano tanto meglio, quanto più è circoscritto l’ambito in cui devono operare. Per esempio, un chatbot specifico per gestire la restituzione dei prodotti avrà un livello di comprensione molto superiore rispetto a uno generico che serve sia come guida all’acquisto che per le problematiche generali.

    chatbot

    Tralasciando la componente tecnica, quali sono i passaggi più “di contenuto” nella creazione di un chatbot?
    Questa è una distinzione molto importante, anche perché di solito la parte tecnica viene demandata a piattaforme preesistenti, dato che si tratta di un lavoro molto complesso. La parte importante è proprio quella di “costruzione del dialogo”. È fondamentale, nella programmazione semantica del chatbot, avere chiaro quali saranno le domande principali a cui dovrà rispondere. Per questo motivo, se esiste, uno storico delle interazioni del customer care è molto importante per capire quali sono le domande che generano maggiore traffico. Ci sono casi, piuttosto frequenti, in cui nel supporto alla clientela le due o tre domande principali fanno più del 50% del traffico complessivo. Se già solo il chatbot riesce a rispondere a queste domande, permette di alleggerire tantissimo il lavoro del personale addetto al customer care.

    Quindi anche per i chatbot vale il criterio della specializzazione…
    È inutile cercare di creare un chatbot che risponda a tutto. Anche perché gli utenti sono in grado di creare domande assolutamente imprevedibili, per cui nella fase in cui ancora siamo oggi il chatbot non riuscirebbe a rispondere. Quindi bisogna lavorare sulle percentuali di domande più significative.

    I chatbot funzionano tanto meglio, quanto più è circoscritto l’ambito in cui devono operare

    Individuate le domande, qual è il passaggio successivo?
    Bisogna insegnare al chatbot come distinguere una domanda dall’altra. A seconda delle piattaforme che si usano, questa procedura si può basare o su keyword (cioè la presenza in una domanda di una determinata parola chiave, che però funziona quando ci sono termini interpretabili in maniera univoca) o sulle frasi intere. A seconda delle piattaforme, c’è una capacità di comprendere frasi più o meno complesse e anche di aumentare con il tempo questa capacità di comprensione.

    Risolto il problema della funzionalità, come si lavora per creare un chatbot che risulti anche “simpatico”?
    Una volta individuati gli argomenti chiave, è importante creare un’esperienza d’uso che sia piacevole. È fastidioso imbattersi in un chatbot non solo freddo, ma anche quasi scortese, troppo secco nelle sue risposte. Quindi bisogna lavorare su queste risposte affinché risultino gradevoli dal punto di vista dell’utente. E per le domande più frequenti è importante creare più risposte differenti nella forma, che dicano però la stessa cosa, così da offrire una varietà e non dare un’idea eccessiva di standardizzazione.

    cute chatbot

    Quindi creare chatbot più umani è possibile…
    Attenzione, però, perché un errore consiste nel cercare di spacciare un chatbot per un umano. Inevitabilmente si finisce per fare una brutta figura, perché le sue capacità di risposta e comprensione sono limitate. Quindi bisogna essere molto chiari sin da subito. Nonostante questo, è fondamentale cercare di rendere la conversazione più “umana” e realistica possibile.

    A questo proposito, come si lavora sulla fluidità del discorso?
    Innanzitutto è utile cercare di ramificare le conversazioni del chatbot. Quindi, invece di cercare di dare subito una risposta secca a qualsiasi richiesta, che è molto difficile, è sempre molto utile che il chatbot sviluppi il discorso con una serie di domande successive. In questo modo il discorso viene portato avanti in maniera più fluida, coinvolgente e anche efficace. Più si riesce a far sì che sia l’assistente virtuale a governare la conservazione, suggerendo delle opzioni, e più la conversazione stessa funziona.

    Un errore consiste nel cercare di spacciare un chatbot per un umano, perché le sue capacità di risposta e comprensione sono limitate. Quindi bisogna essere molto chiari in proposito sin da subito.

    Nonostante i miglioramenti, come mai c’è ancora una certa diffidenza nei confronti dei chatbot?
    In realtà questo non è più tanto vero. Ad esempio un paio di anni fa in una ricerca di PWC con una platea abbastanza ampia, circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di preferire l’interazione con un chatbot, perché viene meno l’idea di essere giudicati e ci si sente liberi anche di fare domande banali. Però è vero che non tutti la pensano così. C’è comunque la percezione, in parte anche corretta, che se tu hai un problema molto specifico, il chatbot non ti aiuterà a risolverlo.

    La soluzione?
    I sistemi migliori integrano chatbot e live chat. Quindi il chatbot dà una prima linea di risposte su problematiche generiche. Già se riesce a rispondere a quel 50% di domande che sono sempre le stesse (l’esempio, nell’IT, è rappresentato da quelle domande la cui risposta è molto spesso il classico “Spegni e riaccendi il computer”), toglie un bel carico di lavoro al customer care. Però poi quando c’è la domanda specifica, il chatbot deve poter passare la comunicazione a un utente umano.

    Più si riesce a far sì che sia il chatbot a governare la conservazione, più la conversazione risulta fluida, naturale e funzionale

    Negli ultimissimi anni cosa ha fatto fare il salto di qualità ai chatbot?
    Il miglioramento della comprensione naturale del linguaggio. I primi chatbot avevano bisogno, nelle domande, di una corrispondenza esatta con frasi specifiche, per le quali bisognava prevedere tutte le variazioni. Adesso invece la comprensione si è molto evoluta. Una cosa molto importante: la programmazione del chatbot prima della messa online costituisce solo una parte del lavoro. Ma è molto importante la verifica continuativa. Chi sviluppa il chatbot verifica cosa viene chiesto al chatbot e cosa questo risponde. Dove serve si va a intervenire. Anche quando non hanno saputo rispondere a domande che gli sono state poste, i chatbot più evoluti “intuiscono” la risposta corretta e te la suggeriscono, al che tu confermi o meno. In questo modo il chatbot acquisisce una competenza sempre superiore.

    robot con il cuore

    Cosa potrebbe costituire un altro consistente passo avanti?
    Attraverso sistemi che utilizzano il machine learning, la comprensione degli assistenti virtuali crescerà ulteriormente col tempo. E questa sarà la cosa fondamentale. Affinché questo avvenga, è necessario però avere un database ampio. Se il chatbot è solo quello del mio sito, la crescita sarà molto limitata. Nel caso di un assistente vocale come Alexa di Amazon, invece, le domande sono dei milioni di persone che lo utilizzano, per cui la velocità e i margini di miglioramento saranno nettamente superiori.

    In cosa si possono oggi come oggi migliorare i chatbot dal punto di vista emotivo?
    Una tendenza che prenderà sempre più piede è quella dei chatbot vocali. Con gli smartphone e gli assistenti domestici ci stiamo sempre più abituando a questa modalità di interazione. L’interfaccia vocale diventerà un elemento fondamentale per tutti i tipi di dispositivi. Oltre a questo, vengono fatti tanti tentativi, come ad esempio la creazione di avatar “parlanti”. A mio avviso questi tentativi rischiano, al contrario, di rendere ancora più finto il risultato. Bisogna invece lavorare sulla componente semantica, per far sì che i discorsi siano fluidi e lineari. Bisogna anche adattare il linguaggio al contesto: un sito dedicato ai giovani deve avere un linguaggio diverso dal sito di una banca.

    I chatbot possono imparare a “capire” gli utenti?
    Nelle piattaforme si sta sviluppando il tentativo di rendere i chatbot capaci di comprendere il contesto emotivo del discorso. Per permettergli ad esempio di capire se si ha a che fare con un utente scontento, con un utente che ha fretta o magari con un utente più disponibile a esplorare. Questo discernimento permette poi di dare risposte diverse e più appropriate.

    Nelle piattaforme si sta sviluppando il tentativo di rendere i chatbot capaci di comprendere il contesto emotivo del discorso. Questo discernimento permette poi di dare risposte diverse e più appropriate.

    I chatbot potrebbero diventare in grado di cogliere anche i toni di voce?
    Si tratta di una cosa ancora distante, ma credo di sì.

    Sarà mai così gradevole chiacchierare con un assistente virtuale, da pensare a dei chatbot “da conversazione”?
    Assolutamente sì, secondo me nel giro di dieci anni inizieremo ad arrivare a quel livello.

    COS’È LA GAMIFICATION, SPIEGATO FACILE

    Ti è capitato di sentire questo termine, magari in una conversazione incentrata sul digital marketing, eppure non ne hai ancora colto il significato? Ebbene, bando alle ciance e ai preamboli per allungare il brodo della SEO (se capisci di cosa stiamo parlando… se no, non preoccuparti!), ecco spiegato in breve cos’è la Gamification.


    La Gamification è, detto in poche parole, l’applicazione di elementi e meccanismi propri dei giochi in contesti non di gioco. Niente di più. Niente di meno. Ma concentriamoci un istante su queste poche parole.

    La Gamification consiste nell’applicazione di elementi e meccanismi propri dei giochi in contesti non ludici


    Gamification non significa rendere un gioco qualcosa che non lo è. Significa, piuttosto, prendere in prestito alcuni meccanismi ludici (insomma, il modo in cui funzionano i giochi) per applicarli ad altri ambiti, come quello lavorativo, aziendale, amministrativo…


    Questo è il nocciolo della questione. Se però sei interessato a saperne di più, nei prossimi paragrafi ti spiegheremo in maniera più approfondita che cos’è la Gamification.

    gamification
    (Foto di Ben Hershey)

    COS’È LA GAMIFICATION, SPIEGATO UN PO’ PIÙ NEL DETTAGLIO

    Cosa sono gli “elementi propri dei giochi” di cui parlavamo poco fa? Prova a pensarci: che cosa ti viene in mente, quando pensi alle componenti essenziali di un gioco?

    Tutti questi elementi e dinamiche, se applicati in contesti non ludici, possono essere utilizzati per creare un “sistema gamificato”.

    SERIOUS PLAY: GIOCARE È UNA COSA SERIA

    Un concetto collegato alla Gamification è quello di Serious Play. Si tratta di una metodologia – sviluppata e affinata soprattutto dalla LEGO – volta a sviluppare il pensiero creativo e le tecniche di risoluzione dei problemi in ambito lavorativo, attraverso il ricorso ai giochi.

    L’idea è che attraverso il ricorso a strumenti concreti – come, nel caso di LEGO, mattoncini da costruzione – gli individui siano in grado di entrare maggiormente in contatto fra di loro e di esprimere meglio il proprio pensiero. In Italia è presente anche una community dedicata, Serious Play Italia.

    lego serious play
    Serious Play: attraverso il gioco le persone entrano in contatto e sviluppano la creatività (foto dal sito di Serious Play Italia)

    COME MI PUÒ ESSERE UTILE LA GAMIFICATION?

    “Tutto quanto molto bello”, ci dirai. Ma perché mi dovrebbe servire, se sono un professionista o se ho un’attività. La risposta è molto semplice: perché i giochi sono molto coinvolgenti.


    I giochi sono coinvolgenti e soprattutto, se sono fatti bene, vengono giocati spontaneamente. Dopotutto, non devi certo pregare qualcuno per fare una partita a Risiko oppure a Dixit, no?

    La Gamification è uno strumento potente perché i giochi sono molto coinvolgenti e vengono giocati spontaneamente


    La Gamification, quindi, può essere molto utile per far fare cose alle persone in maniera spontanea, così come per creare delle abitudini di comportamento in un target specifico.


    Sì, ma cosa? Tutto quello che vuoi.


    Con questo non vogliamo dire che grazie ai giochi sarai in grado di far fare ai tuoi potenziali clienti quello che desideri, tipo ipnosi. Intendiamo semplicemente che gli ambiti di applicazione della Gamification sono i più disparati.


    Vuoi che i tuoi dipendenti imparino a svolgere determinati compiti in un determinato modo, secondo una precisa (e magari noiosa) routine? Puoi far sì che lo facciano più di buon grado se trasformi l’apprendimento e l’implementazione in qualcosa di divertente.


    Vuoi che gli utenti della tua app passino più tempo utilizzandola e condividendo la loro attività con gli amici? Puoi tradurre il tutto in un sistema di gioco per cui ogni interazione con l’applicazione è premiata con dei punti o dei badge, da sfoggiare come status symbol.


    Questo giusto per farti un paio di esempi. Detto questo… è facile farlo?

    Studia bene il tuo sistema di Gamification… altrimenti rischia di crollare! (foto: La-Rel Easter)

    È FACILE CREARE UN SISTEMA DI GAMIFICATION?

    Ovviamente, la risposta è no. Riuscire ad applicare la Gamification a contesti lavorativi richiede un notevole lavoro di pianificazione, anche perché se studiato male, un sistema gamificato rischia soltanto di essere controproducente.


    Prima di tutto, devi chiederti se effettivamente la Gamification ti possa essere utile per raggiungere il tuo obiettivo. Magari sì, ma magari no… e in questo secondo caso potrebbero esserci strumenti di Content Marketing più appropriati al tuo caso.


    In secondo luogo, devi pensare a chi sei. Qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere? Quali prodotti o servizi offri? E soprattutto, a chi ti stai rivolgendo, nel creare un sistema gamificato?


    In terzo luogo, devi pensare in concreto al modo in cui ti è possibile applicare elementi e dinamiche di gioco alla tua specifica situazione.


    Sono tante cose a cui pensare? È vero, ma ne vale la pena: se strutturata bene, la Gamification ti può essere molto utile, come vedremo tra poco con qualche esempio concreto.

    QUINDI, COME FUNZIONA LA GAMIFICATION?

    Per implementare un sistema gamificato è necessario innanzitutto porsi degli obiettivi, circoscrivere un target di riferimento e pensare a cosa vogliamo che faccia questo target. Dopodiché, vanno individuati degli elementi, delle regole o delle dinamiche di gioco che si adattino alle nostre esigenze e, soprattutto, a quelle del suddetto target.


    Perché la Gamification funzioni è necessario che i nostri utenti si divertano. Il divertimento, infatti, è la chiave di tutto. Le persone non si devono sentire forzate a partecipare al gioco, lo devono fare perché sono motivate a farlo: per competizione, per collaborazione e socializzazione, per puro svago… l’importante è che trovino una qualche forma di appagamento nello svolgere determinate azioni.

    Per implementare un sistema di Gamification devi porti degli obiettivi, individuare un target di riferimento e stabilire elementi, regole e dinamiche di gioco. Oh, e naturalmente i giocatori si devono divertire!


    Gli elementi in gioco nella Gamification possono essere tanti. Si va dagli strumenti più basici come punti, classifiche e badge, che servono da incentivo alla partecipazione e alla competizione, fino a sistemi che integrano dinamiche di gioco complesse. Ovviamente, i primi non richiederanno un grande sforzo in termini di creatività, ma potrebbero risultare meno coinvolgenti, soprattutto su lungo periodo, mentre i secondi richiederanno più impegno, ma a fronte di potenzialità maggiori.


    Una volta studiato e implementato il sistema di gioco, questo va testato nel tempo. Il feedback degli utenti è infatti fondamentale per correggere il tiro in caso di errori, oppure per puntare su elementi che risultano particolarmente apprezzati. Insomma, il lavoro non finisce con il lancio del sistema gamificato: questo va seguito (e magari “rinfrescato” con update e nuove sfide) fino a quando è in uso.

    COS’È LA GAMIFICATION: ESEMPI CONCRETI

    Il caso di FourSquare

    A questo punto, per capire in concreto che cos’è la Gamification, tornano utili un paio di esempi tratti dal mondo reale. Il primo riguarda un’app molto famosa, Foursquare, che permette di “fare check in” in un determinato posto, per segnalare agli altri che siete stati lì.


    Prima di Foursquare, i suoi creatori avevano lanciato un’app che funzionava più o meno allo stesso modo, ma che aveva un altro nome e soprattutto qualche funzionalità in meno. Solo che non ha avuto successo, perché dopo le prime volte in cui gli utenti facevano check in, smettevano di farlo, perché non si sentivano motivati. E così, l’app ha fallito nell’intento di raggiungere la massa critica di utenti necessaria a far sì che l’attività di fare check in acquisisse valore “di per sé”.


    Ed eccoci a Foursquare. Questa volta, gli sviluppatori aggiungono un elemento in più: ogni posto in cui è possibile fare check in ha ora una sua classifica personale, ai cui vertici si trovano i più assidui “checkatori”. Chi in un determinato momento ha fatto più check in diventa il “sindaco” di un posto. Non solo: i frequentatori abituali di locali, ristoranti o negozi ricevono offerte e sconti speciali.


    In questo modo, gli utenti di Foursquare sono motivati a fare check in non solo per segnalare la propria presenza in un posto, ma anche per competere con gli altri utenti e per ricevere delle ricompense concrete. Si tratta di un semplice sistema di classifiche, badge e reward, ma che ha contribuito in maniera sostanziale al successo di Foursquare, soprattutto nella fase di lancio.

    Il caso di M&M’s

    Un altro esempio facile da comprendere e tutto sommato facile anche nell’esecuzione è rappresentato da M&M’s, che all’interno di una più ampia campagna marketing ha postato sui suoi social questa immagine. In pratica, si tratta di una versione autoreferenziale di Dov’è Wally?, in cui veniva chiesto agli utenti di trovare un piccolo pretzel in mezzo a un mucchio di M&M’s.

    M&M's Gamification


    Potrebbe sembrare un’idea da poco, ma questo semplice post ha avuto un successo incredibile, portando a oltre 25mila like su Facebook e circa 10mila commenti, risultando in un notevole aumento del coinvolgimento degli utenti sui social. Si tratta di un esempio di gamification interessante, perché dimostra che alle volte grazie a una buona idea si possono raggiungere ottimi risultati anche con poco.

    Il caso di Link&Lead

    L’ultimo esempio di Gamification che ti faccio riguarda un caso recente e 100% Made in Italy. Si tratta di Link&Lead, interessante startup che ha implementato un sistema di gamification per trasformare (di propria volontà, non preoccuparti!) i dipendenti in social ambassador, nello specifico su LinkedIn, il social network dedicato al mondo del lavoro.

    Il sistema, fatto di classifiche, punteggi e incentivi, incentiva i dipendenti a condividere i contenuti del brand, misurando la loro attività su LinkedIn non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. In questo modo, le interazioni e le condivisioni sui social aumentano sensibilmente e i lavoratori sono coinvolti in maniera attiva nella comunicazione del marchio.

    Link&Lead
    Un esempio di leaderboard di Link&Lead, ovvero una classifica dell’attività dei dipendenti su LinkedIn

    Bene, ora ti è più chiaro cosa sia la Gamification e in che modo possa essere utile nell’ambito del marketing, in particolar modo digitale?

    Se avessi ancora qualche dubbio in proposito, non esitare a contattarmi!

    COSA SONO GLI ARTICOLI SEO

    Articoli SEO: cosa sono? Se hai portato la tua attività online o se lavori sul web, ne avrai sentito parlare spesso, ma magari non hai mai osato chiedere di che si tratta. In questo caso non preoccuparti: siamo qui per darti una risposta semplice.

    SEO è un acronimo che sta per Search Engine Optimization, ovvero “ottimizzazione per i motori di ricerca”. La SEO racchiude l’insieme delle tecniche e delle pratiche utili a posizionare una singola pagina web o un sito intero ai primi posti nelle ricerche su Google e sugli altri motori di ricerca.

    Per spiegarti in breve che cosa sono gli articoli SEO, si tratta di articoli scritti apposta in un determinato modo (ovvero così), così da “piacere a Google” e finire in cima ai risultati di ricerca.

    A COSA SERVONO GLI ARTICOLI SEO

    Come detto, i testi SEO servono per far finire il tuo sito o singole pagine del tuo sito ai primi posti sui motori di ricerca. Questo è fondamentale perché, oggigiorno, quando una persona ha bisogno di qualcosa, nella maggior parte dei casi la cerca prima di tutto in internet, in particolare attraverso i motori di ricerca.

    Gli articoli SEO sono scritti apposta per “piacere a Google” e finire in cima ai risultati di ricerca

    E quando qualcuno cerca qualcosa, spesso lo fa perché ha bisogno di una determinata informazione o di un determinato bene subito, nel momento stesso in cui sta cercando.

    Insomma, le ricerche su Google corrispondono spesso a delle necessità urgenti. Facendoti trovare per primo sui motori di ricerca rispetto ai tuoi concorrenti, puoi offrire una risposta immediata a questi bisogni.

    articoli seo cosa sono
    Per scrivere un articolo SEO devi rispettare le regole dei motori di ricerca, senza però dimenticarti dei destinatari ultimi del testo: gli esseri umani

    A COSA SERVONO GLI ARTICOLI SEO: ESEMPI

    Sei un idraulico di Foggia e offri un servizio di pronto intervento 24/24? Se riuscissi a risultare primo per la ricerca “idraulico pronto intervento foggia”, chi nella tua zona si trovasse in una situazione di emergenza troverebbe per primo il tuo sito e, data l’urgenza, probabilmente terminerebbe la ricerca rivolgendosi a te.

    O ancora, se qualcuno a Milano si rendesse conto di avere un’improvvisa voglia di panzerotti, ma zero voglia di uscire di casa, cercherebbe “panzerotti a domicilio milano”, o qualcosa di simile (curioso di sapere quali sono i primi risultati?). E se tu avessi una panzerotteria, vorresti che trovasse te prima delle altre panzerotterie della città.

    Facendoti trovare per primo sui motori di ricerca, puoi offrire una risposta immediata ai bisogni dei tuoi clienti

    Gli esempi che ti ho fatto si riferiscono entrambi a quelli che Google stessa definisce i micro-momenti, ovvero quei fugaci momenti in cui un potenziale cliente dichiara esplicitamente di avere bisogno proprio del prodotto o servizio che tu offri. Intercettare queste dichiarazioni d’intenti durevoli come i fiori di magnolia (anzi, meno: quelli durano un paio di settimane, i micro-momenti di Google pochi minuti) è quindi molto importante.

    Sono tutte cose che puoi ottenere con dei testi SEO realizzati per bene. Il che non vuol dire che sia facile: non per niente, ci sono dei professionisti che si occupano proprio di questo.

    panzerotti
    Ebbene sì, a parlare di panzerotti mi è venuta fame: ora andiamo a cercare su Google per decidere da chi ordinarli…

    COSA POSSO FARE PER TE

    Mi occupo da anni di scrivere articoli SEO e pianificare strategie SEO per le attività online, sia in proprio, sia in collaborazione con alcune agenzie web. Se hai bisogno di qualcuno che si occupi di portare il tuo sito e le sue pagine alle prime posizioni di ricerca, io ti posso essere d’aiuto.

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    Primo sui motori di ricerca?

    Vuoi far comparire il tuo sito in cima ai risultati di ricerca su Google e compagnia? Non ti dico che sia una cosa facile, né tantomeno immediata. Ma ci si può sicuramente lavorare su. E io sono pronto a mettermi al tuo servizio.

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    COSA SIGNIFICA CONTENT FIRST, SPIEGATO FACILE

    Se non hai tempo da perdere e vuoi andare dritto al punto, ti basti sapere che, nello sviluppo di un progetto (di design, marketing e quant’altro) Content First significa anteporre il contenuto rispetto al resto.

    Di renderlo, insomma, il punto di partenza.

    Content First: prima il contenuto, poi il design

    Cosa comporta, questo, in pratica? Partiamo ancora una volta dalle basi. L’espressione, coniata da Jeffrey Zeldman, fondatore del web magazine A List Apart, indica un approccio al design in cui questo viene sviluppato dopo la definizione del contenuti.

    Quindi, nella creazione del design di un progetto di qualsiasi tipo (ad esempio un sito web), non si parte dal design stesso, ma prima si determinano i contenuti, dopodiché gli si costruisce attorno una veste grafica ed estetica.

    Secondo questa “filosofia”, quando design e contenuto viaggiano slegati, i risultati sono deleteri. Anche perché nel caso in cui vengano prodotti in un secondo momento, i contenuti vanno poi “ficcati a forza” in un design che magari non è adatto a ospitarli.

    Contenuto e design vanno quindi sviluppati assieme, per dare vita a un tutt’uno armonico e soprattutto per garantire una user experience (UX) fluida e gradevole.

    scatola cioccolatini
    Certo, un bel packaging fa scena… ma cos’è più importante, la confezione oppure il contenuto? (Foto: Clint McCoy)

    Il contenuto come fulcro del Marketing

    Il concetto di Content First si può però spingere ben al di là del mero ambito del design. Se ti interessi di marketing, avrai già sentito qualcuno declamare l’ormai classica frase “Content is king” (attribuita principalmente al fondatore di Microsoft Bill Gates, anche se usata già da altri, pur con un’accezione più ampia, prima di lui).

    Secondo l’approccio Content First, creazione del contenuto e progettazione devono andare di pari passo

    “Il contenuto è il re”. Ma… in che senso?

    Quel che si intende con questa espressione, è che il contenuto deve venire prima di tutto. Che equivale un po’ a dire: “prima la sostanza, poi la forma”.

    Il contenuto, quindi, viene inteso come punto di partenza di tutto il resto, il fulcro attorno a cui ruota un progetto, le fondamenta su cui costruire una strategia di marketing.

    Ma di che contenuti stiamo parlando?

    E adesso parliamo di… Content Marketing

    Perdonami la breve digressione, ma a questo punto crediamo sia utile introdurre il concetto di Content Marketing.

    Ecco, se la tua reazione è stata questa (ovvero: il nulla cosmico), te lo spieghiamo in breve. Poi, caso mai volessi saperne di più, qui trovi la versione più approfondita.

    Il Content Marketing, per spiegartela facile, consiste nella creazione di contenuti gratuiti che siano utili e interessanti per il tuo pubblico, in modo da fidelizzarlo e creare con esso una relazione di lungo periodo.

    Insomma, consiste nel dare al pubblico delle cose che gli piacciano, in modo da farlo innamorare del tuo brand.

    Il contenuto viene inteso come punto di partenza di tutto il resto, il fulcro attorno a cui ruota un progetto, le fondamenta su cui costruire una strategia di marketing

    Ma, ancora una volta: di che contenuti stiamo parlando?

    Contenuti di tutti i tipi: articoli di blog, videoricette, infografiche, fumetti, minigiochi, reportage fotografici, guide pratiche, cortometraggi animati… il solo limite è la fantasia.

    L’importante è che i contenuti in questione siano, come abbiamo visto, interessanti per il tuo target. E utili per il tuo brand per conquistare la fedeltà dei potenziali clienti.

    content first cosa significa
    Prendi il “cuore” del tuo brand e trasformalo in contenuti accattivanti

    In tutto questo, come ti posso aiutare?

    “Sì, ma”, ti starai chiedendo, “tu che vuoi da me?”.

    Ripartiamo da dove avevamo cominciato. Ovvero da Content First. Che non è solo un approccio al design, alla progettazione e al marketing, ma è anche anche un modo di concepire la vita, l’Universo e tutto il resto. Beh, o quasi.

    Tra le varie cose, grazie all’esperienza acquisita nel tempo mi sono specializzato nella creazione di contenuti scritti in grado di appassionare il tuo pubblico e farlo innamorare del tuo brand.

    Produco, come detto, contenuti scritti, ma siccome sono una persona abbastanza socievole, posso contare su un ampio network di professionisti di vario genere – videomaker, sviluppatori web, designer, fotografi… – che mi possono aiutare nella creazione di altri tipi di contenuto.

    Se hai bisogno di qualcuno che racconti il tuo brand in maniera accattivante e ti aiuti nel produrre contenuti utili e interessanti per il tuo pubblico, beh… io sono pronto a mettermi al tuo servizio.

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